domenica 26 marzo 2023

Tomás Nevinson

 

Titolo      Tomás Nevinson

Autore    Javier Marías

Editore:    Einaudi


Premetto che Tomás Nevinson è il marito di Berta Isla. I due libri vivono di vita propria pur completandosi e intrecciandosi. Personalmente ho letto prima Tomás Nevinson appena uscito, in Italia, nel 2022 e, immediatamente dopo, ho letto Berta Isla sebbene avessi già in lista di lettura quest'ultimo. Scelta che rifarei. Quando Tomás, che nel romanzo viaggia nel tempo attraverso i ricordi, racconta di Berta, lo fa lasciando buchi narrativi che (grazie all'abilità di Marías), pur non togliendo nulla alla sua storia, lasciano qualche interrogativo. Per esempio: cosa sarà successo a Berta di così spaventoso e pericoloso per sé e per il loro bambino Guillermo? Se avessi letto prima Berta Isla lo avrei saputo. Invece mi è piaciuto scoprirlo dopo. E lui, Javier Marías, lo sa quello che mi piace e non sbaglia mai, mi dà sempre il romanzo giusto al momento giusto. 

Quando leggo Marías non leggo mai solo Marías, leggo anche Shakespeare, sempre, e poi di volta in volta gli eterni o quelli che amo o quelli che, magari, non conosco o non conosco abbastanza e allora mi dico: quasi quasi approfondisco! In Tomás Nevinson, per esempio, leggi anche DanteThomas Stearns EliotJohn MiltonFernán Pérez de GuzmánCharles BaudelaireWilliam Butler YeatsAlexandre DumasRebecca WestJohn Donne, eccetera. 


Ho avuto un'educazione all'antica, e non avrei mai creduto che un giorno mi si potesse ordinare di uccidere una donna.


Nel 1997 a Tomás Nevinson, da molti anni lontano dai servizi segreti britannici di cui aveva fatto parte, viene affidata la missione di uccidere Magdalena Orùe O'Dea, spietata terrorista dell'Eta legata anche all'Ira nordirlandese. La donna, ricercata da molti anni, ha una nuova identità e vive in una una piccola città della Spagna, Ruàn. Le cose però sono più complicate di quanto potrebbe sembrare perché le donne di Ruàn che potrebbero essere Magdalena sono tre: l'insegnante Celia Bayo, moglie di un politico locale; l'affascinante e aristocratica Marìa Viana; la gigantessa Inés Marzàn. Tomás Nevinson deve frequentarle, individuare chi fra loro è Magdalena e ucciderla. Nel dubbio deve eliminarle tutte e tre.


Qual è il limite? Fin dove si può arrivare in nome della giustizia, del patriottismo, della sicurezza della Nazione? Uccidere qualcuno che, se non ucciso, potrebbe uccidere, rende eroi o assassini? Tomás cerca risposte nell'esperienza di due uomini che hanno avuto l'occasione di uccidere Hitler e non l'hanno fatto: uno è Friedrich Reck Malleczewen, strenuo oppositore del regime nazista, morto nel campo di concentramento di Dachau nel 1945, che nel suo Diario di un disperato, ritrovato, a guerra finita, nascosto in una scatola di latta, racconta di essersi trovato nel 1932 vicino a Hitler in una birreria. Nel 1932 non si erano ancora consumati gli orrori che sarebbero arrivati successivamente, eppure, Friedrich avvertì forte il desideri di sparare, ma non lo fece; l'altro uomo è Pidgeon, un cacciatore, il personaggio di un film di Fritz Lang, che, a un certo punto si trova in una situazione che gli consente di inquadrare Hitler nel suo mirino. Spara. Per finta. Quello che, in realtà, gli interessa è constatare di poterlo fare.


Tomás Nevinson ucciderà Magdalena Orùe O'Dea? 


Il solo passo che costa è il primo. Forse lo si potrebbe dire di ogni cosa, o della maggior parte delle fatiche o di ciò che si fa controvoglia o con ripugnanza o con riserva, è davvero poco quello che si intraprende senza riserva alcuna, quasi sempre c'è qualcosa che ci induce a desistere e a non fare quel passo, a non uscire di casa e non muoverci, a non rivolgere la parola a nessuno e a evitare che altri ci parlino, ci guardino, abbiano da dire. 


Accettare l'incarico è il primo passo? 


Centuríon non doveva rientrare al lavoro; il suo orario, due ore di lezione al mattino e due al pomeriggio, e la vicinanza tra casa e scuola (quattro minuti a piedi) gli permettevano di passare parecchio tempo a osservare Inés Marzán direttamente e le riprese effettuate nelle case di Celia Bayo e María Viana, oppure di fare indagini in giro per la città.


La storia, fra passato e presente, pone dubbi e riflessioni su di sé, sui propri limiti, sulle attese (quella di Berta, quella di Tomás, quella di Magdalene, ma anche la nostra).

Tomás racconta in prima persona la sua storia. La sua però, non quella degli altri sé che ha impersonato in passato, né quella di Miguel Centuríon, l'identità assegnatagli per questa missione. 

Con la terza persona si scrolla di dosso un po' di dolore e anche un po' di responsabilità, come ad esempio un certo abbandono che, ovviamente, non svelo. 


Meglio essere colui che non esiste, almeno a periodi, e in questo modo preservarsi un po', divedendo colpe e carichi con l'inesistente. Gli anni si sopportano meglio, per di più - gli anni che passano e al tempo stesso si fermano e se ne vanno -, se non si è sempre la stessa persona. Ormai mi ci ero abituato: a riposare da Tomás Nevinson, sfumandolo ed esonerandolo, o in ogni caso ad alternarmi, e questa è un'abitudine alla quale diventa impossibile rinunciare. 


Il valore letterario di questo romanzo è elevato. Secondo alcuni è il più bel libro scritto da Javier Marías. In ogni caso una garanzia di ottima lettura, di piacevole immersione in una storia che non ha fretta di concludersi.


E poi si scopre che nulla finisce, quando sembra che sia già finito.


Buona lettura.


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lunedì 20 marzo 2023

Le storie degli altri

 

Titolo     Le storie degli altri

Autore   Giuseppe Ruiz de Ballesteros

Editore  Bertoni


Quando mi sono imbattuta ne Le storie degli altri di Giuseppe Ruiz de Ballesteros, psicologo che scrive di uno psicologo, ho temuto di trovarmi di fronte ad uno dei tanti manuali di psicologia spacciati per romanzi. E invece no. Appare evidente, sin dalle prime pagine, che sì, la psicologia c'è, ma gradevolmente mescolata al romanzo, all'I Ching e, appunto, alle storie degli altri. Storie che s'intrecciano attraverso una rete di coincidenze che, tuttavia, non possono essere solo tali perché la vita non può essere solo una serie infinita di episodi causali, facciamo parte di un qualcosa di più grande: un disegno, un progetto, un meccanismo. 


Storie che talvolta affiorano appena, come quelle:


di Olga la manipolatrice


...se la manipolazione non fosse riuscita, allora non sarebbe esistita alcuna manipolazione, erano gli altri ad averla interpretata così...


di Gisella che dopo molti anni illumina la stanza buia della sua vita e comprende ciò che non poteva o non voleva comprendere


...Gisella aveva finalmente compreso che la sua paura di crescere, di diventare adulta, di affrontare la vita e le sue responsabilità l'avevano spinta a rinchiudersi nella gabbia dorata dell'infantilismo le cui chiavi aveva nascosto...


della dottoressa Hermann, psicoterapeuta dello stesso Joseph, da cui apprendiamo che non è poi così imbarazzante appassionarsi a qualcosa che altri, senza una conoscenza approfondita, tendono a sminuire


...allora continuo? Posso leggerlo?» E lei, visibilmente soddisfatta ed amorevolmente incoraggiante: «Sì, Joseph, può, anzi deve!»


del collega e maestro Zen, conosciuto a un convegno a Zurigo, che ci restituisce il senso del tempo per sé


Voi occidentali avete uno strano rapporto col tempo, un rapporto ansioso, a tal punto da considerare il riposo tempo perduto, o sprecato...


Storie di amicizia fra un gruppo di persone che hanno nomi strani (nel libro si comprende perché; io non lo sapevo, e sono certa che neppure voi, la maggior parte almeno, è a conoscenza di questa particolarità che non vi svelo). Amicizia che cela un non detto, un timore, un segreto da nascondere nel fondo dei pensieri e del cuore. Un segreto che ci pone di fronte ad una tematica etica, fra pietas, legge divina e giustizia e che sarà svelata alla fine. Forse lo indovinerete, forse no.


«Vede dottore, c'è una cosa che mi ritorna in mente, che si impone, direi, fra i miei ricordi, senza che io desideri farlo, e che mi provoca disagio, dolore, e quel che è peggio è che io non capisco il perché.» Joseph lo osservava attento e non aveva fatto a meno di notare come Omero fosse visibilmente agitato mentre descriveva quella condizione che, anche se razionalmente definiva irrilevante, gli procurava un disagio tanto doloroso quanto inspiegabile con la ragione. 


Ma anche una storia d'affinità fra Joseph e Miriam, brillante e stimata psichiatra. Miriam potrebbe essere la donna che fa per Joseph, eppure lui smette di chiamarla e di frequentarla, a prima vista per una questione deontologica. Ma, lo sa lui e lo sanno i lettori e le lettrici, che non è solo questo il motivo, che tanto influisce quel passato doloroso, quel senso di colpa che pende come la spada di Damocle sulla sua capacità di lasciarsi andare. 


Un individuo maturo deve essere già realizzato di per sé, deve già avere affrontato le sue paure, i suoi fantasmi, fatto i conti con la solitudine.

Solo allora può accedere all'altro. Solo allora si può parlare di coppia; in cui l'altro rappresenta un arricchimento, un supplemento appunto, uno scambio importante che contribuisce all'avanzamento di un processo di sviluppo della personalità, che non si interrompe dopo la prima età adulta e nemmeno con la maturità, ma che dura tutta la vita. 


Ed ancora, la storia di un prete, padre Juan che viene strappato alle sue missioni ed inviato, per punizione, in un paesino alle pendici del monte Subasio.


L'emozione di Padre Juan era visibile, anche dagli ultimi banchi. La nevicata aveva impedito a quella piccola comunità di andare giù a valle nella basilica di lusso. Niente pellicce, niente scarpe alla moda, niente firme; solo scarponi, cappelli e scarpe, e tanto freddo. 


È proprio grazie all'arrivo di padre Juan che tutti i tasselli del puzzle si incastrano, che tutte le storie convergono in un'unica storia e le storie degli altri diventano la storia di Joseph. 


Certamente ne Le storie degli altri il tema della psicologia e della psicoterapia è presente dall'inizio alla fine ed offre moltissimi spunti di riflessione, ma senza nulla togliere alla narrazione e ai personaggi, ognuno dei quali ha rappresentato una parte del mio inconscio, delle mie aspettative, dei miei pensieri, dei miei timori. 


Una bella storia che, grazie alla scrittura limpida, scorrevole e piacevole, appassiona e coinvolge. 

Un libro adatto a chi ama una lettura da sottolineare, da appuntare e conservare. 


Buona lettura. 


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venerdì 17 marzo 2023

La pianta del bacio

Non è difficile immaginare perché la psychotria elata sia nota come la pianta del bacio. Le "labbra" di un bel rosso brillante di questa pianta, tipica dell'America Centrale e Meridionale, sono in realtà brattee, cioè foglie modificate che si sviluppano prima della maturazione del fiore (che invece è bianco). 

La pianta del bacio contiene un potente allucinogeno. In natura come nella vita, il punto non è mai la pericolosità di un veleno (o di un'arma, per esempio) ma come viene utilizzato. Gli stregoni, in Sud America, lo utilizzavano per entrare in contatto con le divinità, altri gruppi indigeni lo utilizzavano per curare il mal d'orecchie e il mal di gola.

Oggi? Niente, non si utilizza. Semplicemente si attenta alla sua esistenza!

Infatti, per via della deforestazione feroce, la psychotria elata, la pianta del bacio, rischia di estinguersi.

 

mercoledì 15 marzo 2023

Una zia Maria ce l'abbiamo tutti e tutte. Io ne ho avuto tre più strette, come diceva nonna, e altre tre o quattro che zie non le erano, ma popolavano il mio mondo ieri e i miei ricordi oggi. La zia Maria che mi piaceva di più era zia Maria di Napoli. La chiamavamo così per distinguerla dalle altre due che, a loro volta, erano zia Maria d' zi' Tonin (moglie di zio Tonino) e zia Maria d' sop o' d'post (che abitava al "deposito", un quartiere). Lei era zia Maria di Napoli perché abitava a Napoli.

In estate ci trasferivamo nella casa di campagna che aveva, peraltro, il vantaggio di essere vicinissima al mare, e zia Maria veniva a stare da noi per un paio di settimane. Era una bella donna, sebbene piuttosto in là con gli anni. Quanti fossero io, le mie sorelle e le mie cugine non lo sapevamo, né era dato domandarlo senza che lei ci sgridasse per la cattiva educazione. 

Abituata a mia madre che, al più, metteva un filo di rossetto, quella donna sempre truccata e pettinata con cura, attirava moltissimo la mia attenzione. La spiavo. Non è che la osservassi, la spiavo proprio, dalla fessura di una porta appena socchiusa, dalla finestrella della sua stanza (era sua, nel senso che se l'era arredata e che non veniva usata da nessun altro e nessun'altra, neppure in sua assenza) che dava sull'orto, in un paio di occasioni anche dal buco della serratura. Mi piaceva guardarla mentre si truccava: prima stendeva la crema, poi il fondotinta, poi la cipria, poi il fard, poi l'ombretto bianco, quello rosa, quello lilla, quello viola, poi il kajal, poi il mascara, poi disegnava il contorno delle labbra con la matita rossa e finiva col rossetto. 

Ero timidissima da bambina. Chi mi ha conosciuta da adulta non riesce ad immaginarmi timida e silenziosa, ma ho attraversato anche quella fase! Dicevo, ero timidissima da bambina e non fu semplice trovare il coraggio per confessarle le mie colpe di voyeurismo cosmetico. Ma, oltre che timida, ero profondamente onesta, e lo feci. Lei non si arrabbiò, anzi decise di insegnarmi a truccarmi. Mi fece sedere davanti alla pettinussa (come in dialetto si chiamava la  petineuse consolle), mi passò sul viso un batuffolo imbevuto di latte detergente che profumava di rosa, mi porse il barattolo prezioso di crema e mi invitò a prenderne un po' col dito. Appoggiai l'indice con delicatezza e sfiorai appena la superficie dell'unguento miracoloso. Zia Maria, allora, ne prese una quantità decisamente più generosa e la poggiò sul mio collo. «Devi stenderla dal basso verso l'alto, dal collo verso la fronte» mi suggerì. Scoprii anni dopo che quel massaggio dal basso verso l'alto serve a contrastare la forza di gravità. Era una crema molto grassa, decisamente troppo per la mia pelle di ragazzina. Ricordo ancora la sensazione, per nulla piacevole, di unto-liscio-umido. Probabilmente fu per questo che, in futuro, avrei sempre preferito creme fluide e leggere. Poi mi passò il fondotinta, e via di seguito tutti i cosmetici che rendevano lei bella e me, invece, irriconoscibile. La ragazza nello specchio della pettinussa non ero io e non mi piaceva per nulla. Sarebbero trascorsi molti anni prima di lasciarmi conquistare dal mondo della cosmesi. 


martedì 14 marzo 2023

La scatola dei bottoni

 

C'è una scatola dei bottoni nella nostra infanzia. Piccola, grande, di cartone, di latta, di legno, sotto al letto, nel ripostiglio, sopra la credenza, nell'armadio, nuova, logora, colorata, sobria, più pesante, più leggera. C'è una scatola dei bottoni nella nostra infanzia e affascinava bambine e bambini. Certo, educazione, condizionamenti e convenzioni orientavano ad un utilizzo piuttosto che all'altro, ma devo confessare che nulla più della scatola dei bottoni mi ha mostrato e dimostrato quanto la mente e il pensiero siano in grado di surfare fra certe sciocche dicotomie.
La scatola dei bottoni di mia madre era conservata nel mobile della sua Singer a pedale ed era blu. Mischiava colori, materiali, dimensioni, routine, carnevali, proiettili, feste, guerre, mattoni, sogni, ricordi, bambine e bambini, sorelle e fratelli, madri e padri, chiusure e aperture. Era il mio varco fra il reale e la fantasia che voleva farsi realtà; che iniziava, inconsapevolmente ma già con determinazione, a trasformare il sogno in progetto.
E niente, certi giorni iniziano così, sono profumati di buono.

lunedì 13 marzo 2023

La cioccolata squagliata

C'è una cosa che mi riesce proprio male: coccolare. Ne sono consapevole e chi mi ama se ne è fatto una ragione. D'altronde questa scorza di carta vetrata è nel corredo genetico. Mia nonna era tale e quale. In realtà è il contrario: sono io ad essere tale e quale a lei. Non sono sottigliezze, è una questione di cronologia della vita. E delle esperienze.

Eppure.

Eppure c'era una coccola che nonna riservava solo a me: la cioccolata squagliata. Si trattava di una specie di crema al piatto. Semplice e gustosa. Cotta a bagnomaria, lentamente, delicatamente.

Era più di un piatto della festa. Era più di un dolce. Era un segreto fra me e lei. Era quel "ti voglio bene" che non sapeva uscire dalla bocca. Era un patto di amore eterno fra nonna e nipote.

Era un qualcosa di talmente speciale che mai le ho chiesto di prepararmela. 

Decideva lei il momento. Non lo annunciava. Semplicemente si alzava, apriva un uovo e lo sbatteva in un piatto con un po' di zucchero; aggiungeva una manciata di cacao e del latte. Tutto, rigorosamente, ad occhio. Appoggiava il piatto su un pentolino dove aveva messo a bollire dell'acqua, copriva e cuoceva la crema a bagnomaria per i pochi minuti necessari a farla addensare.

La gustavo in silenzio. Allora come oggi.

 

Violette del mio cuore

Adoro le violette. A marzo, nella mia Parma, il Parco Ducale ne era pieno e mi piaceva raccoglierle. Non riuscivo a farne a meno. Le disponevo in vasetti in giro per casa, le essicavo, le conservavo nei libri, nei cassetti, negli armadi, nel cuore, nei pensieri, nelle speranze, nelle scatoline, nelle innumerevoli moleskine dove annotavo, gioivo, piangevo, sognavo e progettavo.
Mi piace tutto delle violette: l'aspetto, il colore, il profumo e il sapore. Sì, anche il sapore. Amo usare i fiori in cucina e le violette si prestano moltissimo: profumano insalate e adornano torte, ma non solo.
Una vicina di casa, a Parma, mi insegnò a preparare le violette candite. Era la signora Comò, e no, non vi dirò perché la chiamavamo così! Non si tratta di body shaming, sia chiaro. E le violette non erano proprio candite, diciamo (o meglio, mia madre dice, con la sua mania di sannicandresizzare tutto) 'nzuccarat (inzuccherate).
Si usano le violette fresche, raccolte il mattino presto. Si separano i fiori dagli steli, si immergono in acqua fredda (con ghiaccio) per cinque minuti. Quindi si scolano e si lasciano asciugare per bene. La signora Comò mi suggerì di disporli in un setaccio così che potessero "respirare". Poi, con delicatezza, si spennellano i fiori ben asciutti con gomma arabica naturale (sciolta) e si spolverano ben bene con zucchero finissimo e setacciato.
"Devono essere ben coperte, vè" raccomandava la signora Comò.
Si fanno asciugare e si conservano in contenitori di vetro o ceramica.
Le violette candite (o 'nzuccarat) servite con il caffè sono decisamente chic.

Ph: la foto non è mia, l'ho presa in prestito dalla rete. È bellissima perché la trasparenza del vaso mostra la bellezza di questi fiori meravigliosi.

 

domenica 12 marzo 2023

Jus sanguinis


Titolo:       Jus sanguinis 

Autrice:    Maria Laura Antonini

Editore:    Diadema Edizioni



Con una narrazione coinvolgente, a tratti ironica, talvolta introspettiva, sempre fluida e gradevole, Maria Laura Antonini coinvolge e trascina i lettori e le lettrici nei vicoli stretti e talvolta angusti della vita di Miriam e Stinco e della loro famiglia disfunzionale al cui interno si sviluppano dinamiche, modalità, sentimenti e intrecci emotivi descritti minuziosamente. 


È straordinario accorgersi come alcune persone possano determinare il destino di altre senza darsene pena e senza neanche accorgersi. Francesco tracciò la strada di quella che sarebbe stata la vita di almeno altre tre persone, oltre lui, senza preoccuparsene, senza averne un minimo di consapevolezza ed era forse anche peggio. 


Francesco Morini, il padre medico e cacciatore, donnaiolo e traditore, brilla fuori casa loro. Narcisista e autocentrato non si fa scrupolo di vivere una doppia vita, né di calpestare i sentimenti e la dignità della moglie, del figlio e della figlia. 


...accettò di buon grado tutto, compreso il collegio e le monache, che in cuor suo e in silenzio stramaledisse sempre, pur di studiare. L'incontro col padre di Stinco, quando era ormai una bambina laureata, fu fatale: un incidente in autostrada a centottanta all'ora che seminò morti e ferite per le generazioni successive.


Adele Parascandalo detta Astuzia, la madre, per tutta la vita accetterà in silenzio, per amore e per cultura, la mancanza di rispetto da parte di suo marito, sino a fingere di non vedere, sino a tollerare l'intollerabile, sino a perdere tutto pur di raccontarsi di non aver perso nulla. Se c'è stata una nota felice nella sua vita non è stata suonata né dal marito né dai figli, ma solo dal suo lavoro. Solo fra le pareti della sua scuola, nell'aula coi suoi studenti, non ha mai perso la dignità. 


Due mondi che non avrebbero dovuto incontrarsi si sposarono tra loro e il risultato di una miscela  tanto strampalata e inopportuna furono Stinco prima e Miriam più tardi.


Stinco e Miriam, affrontano tutto differentemente, anche il dolore. 


Quel 12 luglio 1978, alle undici di mattina, era appena successo tutto questo quando Stinco era già in viaggio verso la sua fantastica estate, per nulla turbato da quella moltitudine di paure e di emozioni che avrebbero affondato il cuore di ogni maturando, non il suo, abituato a galleggiare sul mare di lacrime versato dalla madre. 


Stinco, sin dalle prime pagine - quando, con un colpo di genio, assicura a sé e all'angosciata madre l'agognata maturità scientifica - appare resiliente, capace di reagire in modo costruttivo, avvalendosi della propria determinazione, intelligenza e amore per se stesso e per la vita. 


Più assurda è la pretesa, più perentorio risulta l'ordine, più immenso e sconfinato deve per forza essere l'amore che impone quel comando. Questo pensava Miriam allora e la cosa più grave fu che continuò a pensarlo per molti anni ancora, abbassando la testa e ubbidendo, come aveva visto fare a sua madre, a persone di cui però non fu mai innamorata. 


Miriam, invece, non riuscirà mai a prendere le distanze dal dolore di sua madre e dalla sua ostinazione a vivere una non vita; né mai imparerà a fiutare il pericolo, anzi finirà, sempre, con l'abbracciarlo e, perfino, sposarlo. Miriam, ogni volta, arriverà fino in fondo al dolore prima di assaporarne la portata distruttiva, si romperà e rinascerà decine di volte, ma non sarà mai capace di ergere muri di protezione a differenza di Stinco. Sarà, da adulta e madre, l'incontro casuale con Mina a metterla di fronte alla necessità di smettere di cercare vie di fuga e aggiustare la sua vita. 


Una storia avvincente, ben costruita e raccontata con un ritmo gradevole, mai noioso. 

Buona lettura. 


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Donne che parlano

Titolo :           Donne che parlano Autrice :       Miriam Toews Editore :      Marcos Y Marcos «Le riunioni sono state organizzate in fret...