Titolo: Tomás Nevinson
Autore: Javier Marías
Editore: Einaudi
Premetto che Tomás Nevinson è il marito di Berta Isla. I due libri vivono di vita propria pur completandosi e intrecciandosi. Personalmente ho letto prima Tomás Nevinson appena uscito, in Italia, nel 2022 e, immediatamente dopo, ho letto Berta Isla sebbene avessi già in lista di lettura quest'ultimo. Scelta che rifarei. Quando Tomás, che nel romanzo viaggia nel tempo attraverso i ricordi, racconta di Berta, lo fa lasciando buchi narrativi che (grazie all'abilità di Marías), pur non togliendo nulla alla sua storia, lasciano qualche interrogativo. Per esempio: cosa sarà successo a Berta di così spaventoso e pericoloso per sé e per il loro bambino Guillermo? Se avessi letto prima Berta Isla lo avrei saputo. Invece mi è piaciuto scoprirlo dopo. E lui, Javier Marías, lo sa quello che mi piace e non sbaglia mai, mi dà sempre il romanzo giusto al momento giusto.
Quando leggo Marías non leggo mai solo Marías, leggo anche Shakespeare, sempre, e poi di volta in volta gli eterni o quelli che amo o quelli che, magari, non conosco o non conosco abbastanza e allora mi dico: quasi quasi approfondisco! In Tomás Nevinson, per esempio, leggi anche Dante, Thomas Stearns Eliot, John Milton, Fernán Pérez de Guzmán, Charles Baudelaire, William Butler Yeats, Alexandre Dumas, Rebecca West, John Donne, eccetera.
Ho avuto un'educazione all'antica, e non avrei mai creduto che un giorno mi si potesse ordinare di uccidere una donna.
Nel 1997 a Tomás Nevinson, da molti anni lontano dai servizi segreti britannici di cui aveva fatto parte, viene affidata la missione di uccidere Magdalena Orùe O'Dea, spietata terrorista dell'Eta legata anche all'Ira nordirlandese. La donna, ricercata da molti anni, ha una nuova identità e vive in una una piccola città della Spagna, Ruàn. Le cose però sono più complicate di quanto potrebbe sembrare perché le donne di Ruàn che potrebbero essere Magdalena sono tre: l'insegnante Celia Bayo, moglie di un politico locale; l'affascinante e aristocratica Marìa Viana; la gigantessa Inés Marzàn. Tomás Nevinson deve frequentarle, individuare chi fra loro è Magdalena e ucciderla. Nel dubbio deve eliminarle tutte e tre.
Qual è il limite? Fin dove si può arrivare in nome della giustizia, del patriottismo, della sicurezza della Nazione? Uccidere qualcuno che, se non ucciso, potrebbe uccidere, rende eroi o assassini? Tomás cerca risposte nell'esperienza di due uomini che hanno avuto l'occasione di uccidere Hitler e non l'hanno fatto: uno è Friedrich Reck Malleczewen, strenuo oppositore del regime nazista, morto nel campo di concentramento di Dachau nel 1945, che nel suo Diario di un disperato, ritrovato, a guerra finita, nascosto in una scatola di latta, racconta di essersi trovato nel 1932 vicino a Hitler in una birreria. Nel 1932 non si erano ancora consumati gli orrori che sarebbero arrivati successivamente, eppure, Friedrich avvertì forte il desideri di sparare, ma non lo fece; l'altro uomo è Pidgeon, un cacciatore, il personaggio di un film di Fritz Lang, che, a un certo punto si trova in una situazione che gli consente di inquadrare Hitler nel suo mirino. Spara. Per finta. Quello che, in realtà, gli interessa è constatare di poterlo fare.
Tomás Nevinson ucciderà Magdalena Orùe O'Dea?
Il solo passo che costa è il primo. Forse lo si potrebbe dire di ogni cosa, o della maggior parte delle fatiche o di ciò che si fa controvoglia o con ripugnanza o con riserva, è davvero poco quello che si intraprende senza riserva alcuna, quasi sempre c'è qualcosa che ci induce a desistere e a non fare quel passo, a non uscire di casa e non muoverci, a non rivolgere la parola a nessuno e a evitare che altri ci parlino, ci guardino, abbiano da dire.
Accettare l'incarico è il primo passo?
Centuríon non doveva rientrare al lavoro; il suo orario, due ore di lezione al mattino e due al pomeriggio, e la vicinanza tra casa e scuola (quattro minuti a piedi) gli permettevano di passare parecchio tempo a osservare Inés Marzán direttamente e le riprese effettuate nelle case di Celia Bayo e María Viana, oppure di fare indagini in giro per la città.
La storia, fra passato e presente, pone dubbi e riflessioni su di sé, sui propri limiti, sulle attese (quella di Berta, quella di Tomás, quella di Magdalene, ma anche la nostra).
Tomás racconta in prima persona la sua storia. La sua però, non quella degli altri sé che ha impersonato in passato, né quella di Miguel Centuríon, l'identità assegnatagli per questa missione.
Con la terza persona si scrolla di dosso un po' di dolore e anche un po' di responsabilità, come ad esempio un certo abbandono che, ovviamente, non svelo.
Meglio essere colui che non esiste, almeno a periodi, e in questo modo preservarsi un po', divedendo colpe e carichi con l'inesistente. Gli anni si sopportano meglio, per di più - gli anni che passano e al tempo stesso si fermano e se ne vanno -, se non si è sempre la stessa persona. Ormai mi ci ero abituato: a riposare da Tomás Nevinson, sfumandolo ed esonerandolo, o in ogni caso ad alternarmi, e questa è un'abitudine alla quale diventa impossibile rinunciare.
Il valore letterario di questo romanzo è elevato. Secondo alcuni è il più bel libro scritto da Javier Marías. In ogni caso una garanzia di ottima lettura, di piacevole immersione in una storia che non ha fretta di concludersi.
E poi si scopre che nulla finisce, quando sembra che sia già finito.
Buona lettura.
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