Titolo: Viperetta
Autore: Antonio Rubino
Editore: Einaudi
È nel 1919 che compare quella che presumibilmente è la prima bambina monella della nostra letteratura per l'infanzia: Viperetta. Per dirla con Italo Calvino, Viperetta di Antonio Rubino «è uno dei pochi libri per bambini che meritano di fare il salto, d'essere considerati dei bei libri in sé e per sé. Tanto che viene da stupirsi che la sua fortuna non sia stata molto maggiore, e da chiedersi se non sia un libro fatto per essere letto oggi più che alla data in cui uscì (1919)». Viperetta colpisce per la sua attualità, sia a livello di rappresentazione dell'infanzia che a livello di rappresentazione della famiglia.
Sin dai primi giorni di vita Viperetta rivela un temperamento affatto in linea con le caratteristiche del "bambino buono": è testarda, collerica, irascibile, lunatica...
Si tratta, certamente, di un romanzo di formazione in cui assistiamo a un cambiamento del "monello" in "bambino buono", ma tale cambiamento non è indotto dagli adulti. Viperetta è trascinata sulla luna dai suoi stessi capriccetti, uno per capello:
La piccola, tirata su pei capelli, vede il tetto di casa sfuggirle di sotto i piedi, allontanarsi, impicciolire. [...]
«Stupidissimi Capricci, dove mi portate?»
«Bada che, se ci offendi, ti lasciamo cascare nel vuoto!»
Il processo formativo di Viperetta si realizza attraverso l'esperienza diretta e il contatto con il mondo "altro". Rubino sembra suggerire che in mancanza di un'autonoma acquisizione di consapevolezza e conoscenza non si potrà verificare il cambiamento, necessario al bambino per il suo vivere nella famiglia e nella società.
Dal punto di vista della rappresentazione familiare, appare subito evidente la disfunzionalità: il romanzo, come spesso accadrà più tardi, inizia con il racconto dei conflitti fra i genitori:
C'era una volta un marito giovane, che aveva una moglie giovane quanto lui. Nessuno dei due aveva l'età sufficiente per poter comandare, perciò tanto lui che lei facevano a meno di ubbidire e andavano perfettamente d'accordo. L'accordo consisteva in questo che, se Rino Rini diceva nero, Rina diceva immediatamente bianco; se Rino Rini aveva freddo, Rina si sentiva subito morir dal caldo; se Rino Rini aveva volontà di uscire, Rina provava all'improvviso il desiderio di stare a casa. In tal modo i loro caratteri si trovavano sempre ai poli opposti e non si urtavano mai. Perché si fossero sposati non lo sapevano neanche loro. Erano state le loro rispettive famiglie a combinare questo matrimonio e la cerimonia si era svolta così in fretta che gli sposi non avevano fatto a tempo ad accorgersi di nulla. Quando i Rini si avvidero di essere marito e moglie sul serio, rimasero sulle prime molto meravigliati. Ma poi trovarono la cosa abbastanza divertente ed esclamarono ad una voce: «Che bella sorpresa ci hanno fatto le nostre rispettive famiglie!»
Non è possibile giocare a marito e moglie senza possedere uno straccetto di bambola, perciò i due sposi si misero ad aspettare un bamboccino o una bamboccina con cui giocare.
«Io dico che sarà un maschietto, - sosteneva lei.»
«Io dico che sarà una bambina, - rispondeva lui.»
«Sarà biondo.»
«Sarà bruna.»
«Gli metteremo un bel nome.»
«Niente affatto! Per far dispetto a te, le metteremo un nome brutto.»
«Se assomiglierà a te, lo chiameremo Rospo.»
«Se assomiglierà a te, la chiameremo Vipera! Parola d'onore!»
Viperetta, in netto contrasto con Enrico (protagonista di Cuore), si sottrae alla "buona" educazione impartita dalla madre.
Le prime parole del suo vocabolario furono: no, va via, brutta rana, stupida, cattiva, villana. […] Più la mamma si sforzava a insegnarle delle parole belle come: "sì, stella d'oro, amore, bontà, grazie mille, angelo del paradiso", più lei si divertiva a ripetere quelle brutte. [...] E la creaturina, tra una notte di strilli e una giornata di capriccetti, veniva su formando la desolazione dei suoi cari genitori.
A differenza, solo per fare un esempio, di Mestolino di Yambo (che conclude amaramente che i genitori sono coerenti con i propri principi), e di Pinocchio che non replica mai alle menzogne della Fata (finge di non essere in casa, si finge morta, simula la morte del burattino) Viperetta smaschera con disarmante sincerità le falsità della madre:
«Vieni qua, tesoro! Come stai?» [dice la signora Gangheri]
Ma Viperetta non apriva bocca, e intanto seguitava a guardare di qua e di là, per vedere dov'erano tutti i dolci di cui le aveva parlato la mamma. Non li vide e pensò che li avrebbero portati più tardi. «Perché non rispondi?» le chiedeva la signora.
«Hai perduto la lingua?»
La bambina per tutta risposta ne tirò fuori un palmo.
«E allora, perché non parli? Ti faccio dunque paura?»
«Sissignora,» rispose Viperetta.
«Mi trovi dunque tanto brutta?»
«Sissignora.»
La signora fulminò la piccina con lo sguardo.
«Che sciocchina!» esclamò mamma Rina ridendo a fatica.
«Prima di uscire le ho raccomandato di non aprir bocca se non per dire "sissignora", ed essa prende la cosa troppo alla lettera.»
«Che bimba strana,» conchiuse la signora un po' rasserenata.
Viperetta si sentì una gran voglia di risponderle: «Strana sarà lei.» Ma si ricordò dei dolci e si morse la lingua. [...]
«Scuserà se non posso offrirle nulla,» disse a un tratto la signora Gangheri a mamma Rina. «Ma la donna di servizio è fuori...»
«Per carità! S'immagini!» rispose la signora Rini tutta complimentosa. «Non è il caso di fare complimenti!»
«Allora vuol dire che tu, mamma, sei una bugiarda,» scattò a dire Viperetta.
«Che cosa dici? Sei matta?»
«Tu, mamma, mi avevi detto che, se stavo zitta, la signora mi avrebbe dato tutti i dolci che volevo. Ma i dolci non ci sono e allora parlo.»
«Invece stai zitta! Per carità, signora, non creda una parola di quel che dice questa impertinente!»
«Mi meraviglio che le mamme dicano tante bugie!»
Viperetta non viene consigliata, ammonita o punita dagli adulti. Il suo ravvedimento è spontaneo ed impara dalla vita stessa. Ed è questo concetto di autonomia che sembra voler trasferire al "bambino-buono" Paolotta che Viperetta trascina via dallo studio, impedendole di farsi consigliare e guidare dagli affetti e dall'indottrinamento:
«Paolotta!»
«Viperetta!»
«Noi non abbiamo voglia di studiare.»
«Sì.»
«Noi siamo stufe.»
«Sì.»
«Noi scapperemo via di qua.»
«Sì, ma...»
«Non c'è ma che tenga. Ho detto che si scappa e si deve scappare.»
«Lasciami prima abbracciare la Maga Luna.»
«No.»
«Lasciami prima salutare i miei professori.»
«No.»
Viperetta prese Paolotta per una mano e se la trascinò dietro giù per lo scalone. Quella bonacciona di una Paolotta si lasciava docilmente condurre. Non aveva coraggio di fiatare. Capiva di far male, voleva dirlo, ma la voce non le veniva fuori. Non era nata per contraddire.
Come in ogni romanzo di formazione, anche in Viperetta assistiamo al cambiamento della monella in fanciulla “dabbene”, ma il cambiamento è autonomo e non impedisce a Viperetta di rivendicare, sino alla fine, la sua volontà di decidere per sé, di affermarsi nel proprio ruolo adulto, il che, per dirla con Franco Nanetti, significa affrancarsi dall'idea di dover apparire sempre buoni e compiacenti, significa dover imparare a crescere nell'incontro, ma, al momento opportuno, anche nello scontro. E pertanto, non sarà il padre, ma Viperetta stessa a scegliere il suo nome da adulta.
L'impiegato aperse il librone dello "Stato Incivile" dove sono registrate tutte le persone cattive e maleducate. Cercò alla lettere "V" il nome e le generalità di Viperetta e vi tirò sopra un gran frego. Poi aperse il librone dello "Stato Civile", dove sono registrate le persone per bene, e vi scrisse: «Signorina Vi...» Ma sul più bello rimase lì con la penna sospesa in aria.
«Come intende chiamarla?» chiese al signor Rini.
«Violetta!» disse pronta Viperetta.
«Avevo il nome d'una bestia, ora voglio avere il nome di un fiore.»
Così fu che Viperetta fu disinviperita.
Assunta Altieri