Una zia Maria ce l'abbiamo tutti e tutte. Io ne ho avuto tre più strette, come diceva nonna, e altre tre o quattro che zie non le erano, ma popolavano il mio mondo ieri e i miei ricordi oggi. La zia Maria che mi piaceva di più era zia Maria di Napoli. La chiamavamo così per distinguerla dalle altre due che, a loro volta, erano zia Maria d' zi' Tonin (moglie di zio Tonino) e zia Maria d' sop o' d'post (che abitava al "deposito", un quartiere). Lei era zia Maria di Napoli perché abitava a Napoli.
In estate ci trasferivamo nella casa di campagna che aveva, peraltro, il vantaggio di essere vicinissima al mare, e zia Maria veniva a stare da noi per un paio di settimane. Era una bella donna, sebbene piuttosto in là con gli anni. Quanti fossero io, le mie sorelle e le mie cugine non lo sapevamo, né era dato domandarlo senza che lei ci sgridasse per la cattiva educazione.
Abituata a mia madre che, al più, metteva un filo di rossetto, quella donna sempre truccata e pettinata con cura, attirava moltissimo la mia attenzione. La spiavo. Non è che la osservassi, la spiavo proprio, dalla fessura di una porta appena socchiusa, dalla finestrella della sua stanza (era sua, nel senso che se l'era arredata e che non veniva usata da nessun altro e nessun'altra, neppure in sua assenza) che dava sull'orto, in un paio di occasioni anche dal buco della serratura. Mi piaceva guardarla mentre si truccava: prima stendeva la crema, poi il fondotinta, poi la cipria, poi il fard, poi l'ombretto bianco, quello rosa, quello lilla, quello viola, poi il kajal, poi il mascara, poi disegnava il contorno delle labbra con la matita rossa e finiva col rossetto.
Ero timidissima da bambina. Chi mi ha conosciuta da adulta non riesce ad immaginarmi timida e silenziosa, ma ho attraversato anche quella fase! Dicevo, ero timidissima da bambina e non fu semplice trovare il coraggio per confessarle le mie colpe di voyeurismo cosmetico. Ma, oltre che timida, ero profondamente onesta, e lo feci. Lei non si arrabbiò, anzi decise di insegnarmi a truccarmi. Mi fece sedere davanti alla pettinussa (come in dialetto si chiamava la petineuse consolle), mi passò sul viso un batuffolo imbevuto di latte detergente che profumava di rosa, mi porse il barattolo prezioso di crema e mi invitò a prenderne un po' col dito. Appoggiai l'indice con delicatezza e sfiorai appena la superficie dell'unguento miracoloso. Zia Maria, allora, ne prese una quantità decisamente più generosa e la poggiò sul mio collo. «Devi stenderla dal basso verso l'alto, dal collo verso la fronte» mi suggerì. Scoprii anni dopo che quel massaggio dal basso verso l'alto serve a contrastare la forza di gravità. Era una crema molto grassa, decisamente troppo per la mia pelle di ragazzina. Ricordo ancora la sensazione, per nulla piacevole, di unto-liscio-umido. Probabilmente fu per questo che, in futuro, avrei sempre preferito creme fluide e leggere. Poi mi passò il fondotinta, e via di seguito tutti i cosmetici che rendevano lei bella e me, invece, irriconoscibile. La ragazza nello specchio della pettinussa non ero io e non mi piaceva per nulla. Sarebbero trascorsi molti anni prima di lasciarmi conquistare dal mondo della cosmesi.

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